Padre Ernesto - Santuario San Nicodemo di Mammola

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PADRE ERNESTO MONTELEONE







Ordinato sacerdote il 9 luglio 1967, l’eremita P. Ernesto Monteleone si è insediato  presso l'eremo di S. Nicodemo, sul Monte Lìmina, il 17 settembre 1995.
Ha fatto la sua professione solenne l’undici luglio del 2000, davanti al vescovo della diocesi di Locri-Gerace Mons. Giancarlo Maria Brigantini.
Da oltre un ventennio P. Ernesto rappresenta un punto di riferimento per quanti sono in cerca di consigli e di una guida spirituale. È sempre disponibile per le confessioni e, tranne determinati periodi liturgici (Pasqua e Natale) durante i quali si reca presso la Certosa di Serra San Bruno per gli esercizi spirituali, è facilmente contattabile anche telefonicamente.

Per conoscere meglio la figura ed il servizio pastorale di P. Ernesto, si rimanda ad alcuni articoli di stampa pubblicati in anni precedenti.


Don Ernesto dalla parrocchia all'eremo: «La preghiera, linfa della Chiesa»

Mille anni dopo, come san Nicodemo sui monti della Limina

LOCRI (Reggio Calabria). Lasciata la strada di collegamento fra Jonio e Tirreno, dopo i 3.200 metri della «galleria di valico», la strada s'inerpica verso le montagne della Limina. Con stupore per l'automobilista. La strada di montagna è larga, pulita, comoda. I faggi, gli ontani e i lecci la rendono fresca e fanno diventare gradevole il transito nel caldo asfissiante dell'estate. Da queste parti il console Licinio Crasso costruì il famoso vallo, cingendo d'assedio Spartaco e gli altri schiavi ribelli.
Torna alla mente qualche reminiscenza scolastica: limen in latino era la porta, la soglia, ma anche il limite, il confine. Ecco da dove deriva il nome Limina: dal vallo di Crasso. Dopo pochi chilometri il paesaggio cambia totalmente; le colline riarse dalla calura, ingiallite e secche, diventano un verde altopiano. Tappeti di felci circondati da pini e castagni riempiono uno spazio immenso; la strada s'insinua docilmente in questo mare di verde e dopo otto chilometri si blocca davanti ad un grande cancello.
Vi si entra a piedi da un cancelletto laterale. Un grande basamento con pietra del luogo è stato allestito: sopra verrà collocata la statua di San Nicodemo, il santo italo-greco vissuto nell'anno Mille che qui aveva costruito il suo eremo. Sui quei resti negli anni '60 è stato edificato il nuovo santuario a lui dedicato. S'intravedono a ridosso delle fondamenta pezzi di muro di quella che doveva essere una chiesa bizantina: l'orientamento delle tre absidi ne è la riprova. È un peccato che non si sia fabbricato il nuovo santuario più distante, cercando di riportare alla luce i resti antichi. All'ingresso una lapide ricorda che Michele di Santa Ciriaca, Gaudenzio, Astinenzio e Pasquale di Palermo «raccolsero il Verbo» ed «esaltarono la santità» dell'abate Nicodemo da Cirò.
Sulla stessa scia ora si pone un parroco dei nostri giorni: don Ernesto Monteleone. Dall'11 luglio 2000 è ufficialmente eremita: il vescovo della diocesi di Locri-Gerace, Giancarlo Maria Bregantini, ha firmato il decreto che istituisce la vita eremitica, ha approvato la Regola di vita ed è salito fin quassù per raccogliere la professione solenne di perpetua scelta eremitica. 62 anni il prossimo dicembre, don Monteleone è sacerdote dal 1967, originario di Antonimina, a due passi da Locri, la sua decisione è maturata sette anni fa. I tanti contatti con la Certosa di Serra San Bruno hanno influito molto sul suo cammino. Il vescovo Bregantini era da poco arrivato a Locri; don Ernesto gli prospettò i suoi intendimenti, il presule non lo ostacolò ma gli disse di prendere tempo, di tentare prima un periodo di "tirocinio".
L'attrazione per la vita eremitica si fece sempre più forte e l'approdo è stato naturale, senza tentennamenti. Appare distante dal mondo odierno, questa scelta. Don Ernesto intuisce cosa vogliamo sapere e ci accoglie benevolmente. Da una porta ricavata accanto all'altare del santuario si accede alla sua abitazione. Ci sediamo davanti ad uno scrittoio piccolino, alcuni libri riempiono le mensole soprastanti. In un angolo una stufa di ghisa per le giornate rigide dell'inverno, quando tutto attorno è coperto di neve. Intuiamo che dall'altra parte ci sarà il letto, il bagno e forse anche la cucina; ma come faranno a starci? Lo spazio ci sembra troppo poco. Non si tratta di violare la privacy, semmai ci sembra invadenza. Non chiediamo di vedere niente più di ciò che ci mostra don Ernesto.
Saio e barba bianchi, occhi vivaci, parla a bassa voce: «Guardi che a me non piace il sacrificio e non faccio questo per punirmi. La penitenza è un gesto d'amore verso Gesù Cristo e verso l'umanità. È un momento di incoraggiamento e di condivisione per gli uomini che soffrono». Chi arriva quassù potrebbe pensare che si tratta di una scelta egoistica: aria buona, tranquillità, luoghi stupendi. «Veramente era molto più comodo vivere in parrocchia, dove trovavo sempre la chiesa pulita, a mezzogiorno la tavola apparecchiata; poi potevo fare un giretto con la macchina, impegnarmi nelle varie attività e via dicendo». Allora, perché questa scelta radicale? «Le rispondo con quanto ho scritto nella Regola di vita. Durante il ministero che ho svolto, la celebrazione della liturgia e in particolare il mistero velato della Santa Eucarestia, sono stati tantissimi richiami all'amore infinito, silenzioso e fecondo di Dio e mi hanno invogliato sempre più a donarmi completamente a Lui, in una vita nascosta». D'accordo, ma quei sacerdoti che si dedicano ai poveri, alle prostitute, ai drogati? «Mi segua; la Chiesa è come un albero, io mi trovo nella parte nascosta, nelle radici. Il tronco, i rami, le foglie sono tutte componenti importanti. Senza le foglie non ci sarebbe il ricambio dell'aria, ma senza le radici non arriverebbe linfa al tronco e quindi alle foglie. La preghiera, la contemplazione, la penitenza: ciò è linfa. La preghiera contemplativa è l'essenza vissuta dell'ideale anacoretico. Sarebbe assurdo che l'albero della Chiesa fosse composto da soli frutti o da soli rami. La Chiesa è armonia, come l'albero».
Il silenzio che regna attorno accompagna le parole di don Ernesto. E nel silenzio lo lasciamo. Riflettendo su ogni parola ascoltata, su ogni gesto, su ogni pausa. «Il linguaggio più eloquente dell'eremita - ci ha detto - è il silenzio perseguito in penitenza nella separazione dal mondo, deserto esistenziale, fatto di immolata solitudine materiale, luogo meraviglioso, pieno della presenza di Dio, dove Dio stesso si compiace di parlare al cuore dell'uomo».

Giovanni Lucà


http://web.tiscali.it/lalocride/Articoli/Avvenire/2_settembre_2001.htm




P. Ernesto Monteleone, storia di un eremita di Calabria
Posted on novembre 19, 2010 by Staff

REGGIO CALABRIA – Nei boschi della Calabria vive uno degli ultimi eremiti d’Italia. E’ un uomo dall’aria mite, con una bella faccia tonda, pochi capelli in testa e una grande barba bianca. Veste un saio anch’esso bianco e vive da solo. Una volta era parroco, lo e’ stato per 25 anni in vari paesi della locride, ma nel suo cuore andava maturando il desiderio di stare da solo e dedicarsi esclusivamente alla preghiera. Cosi’ nel 1995 Padre Ernesto Monteleone ha scelto l’antico monastero di San Nicodemo, sull’ altopiano della Limina, territorio di Mammola, a un centinaio di km da Reggio Calabria, per cominciare la sua seconda vita. Il religioso conduce una vita molto spartana.
La canonica consiste di una sola stanza. Le finestre sono tutte uno spiffero, e non ci sono riscaldamenti in questo luogo, freddo anche d’estate e battuto dal vento. Una sola comodita’ si e’ concesso: le scarpe da ginnastica, sotto il saio bianco. Da queste parti una volta cercavano rifugio i latitanti della ‘ndrangheta braccati dai carabinieri; oggi intorno al vecchio monastero e’ un viavai discreto ma incessante di anime in cerca di conforto. In molti vengono qui per confessare le loro pene e chiedere consiglio a questo asceta dei tempi moderni. ”Io prego soprattutto perche’ la misericordia di Dio raggiunga le persone inquiete”, dice il monaco, che parla a bassa voce, quasi per non disturbare il silenzio circostante.
Non gli manca il rumore dei centri abitati, il chiasso dei ragazzi, la tv, la passeggiata in piazza, la messa piena di gente. ”Ho ottimi ricordi di quando ero parroco e a giudicare dalle gentilezze dei miei ex parrocchiani, credo di avere lasciato un buon ricordo. Ma non mi manca nulla. Vivo nel silenzio, celebro Messa da solo, lavoro nell’orto, respiro aria buona. E sono vicino al Signore durante tutta la giornata”. Qui per secoli ci sono stati i monaci, eredi e continuatori della tradizione di Nicodemo, un abate (morto nel 990) noto per la sua sapienza e per i miracoli, uno dei santi piu’ famosi della Calabria. A mille anni di distanza, la vita religiosa e’ rifiorita in questo angolo di Calabria. Padre Ernesto non ama i turisti chiassosi, ma e’ gentile con quelli che lo cercano, affascinati da questa sua singolare vita, dalla sapienza delle sue parole, dal senso di pace e serenita’ che esprimono i suoi occhi.
”Senza la nostra preghiera a Dio, senza il nostro ringraziamento a lui, vano sarebbe tutto quanto. Il mio compito qui e’ pregare, per i bisognosi di misericordia, per i malati, per gli anziani”. Non si sente uomo di un altro tempo? Lui pensa un po’ prima di rispondere: ”Vede, ognuno ha un compito nella vita, il mio e’ quello di pregare per tutti. In ogni tempo c’e’ bisogno della preghiera. Senza il ringraziamento a Dio che vita sarebbe la nostra, la vostra, quella di tutti?”. Fare l’eremita nell’era di facebook potrebbe assomigliare a una fuga dal mondo. Ma Padre Ernesto dice che ”qui si sente piu’ vicino a Dio. Il silenzio riconcilia; il distacco dai rumori di tutti i giorni consente di guardare con occhi piu’ sereni a tutte le cose, all’essenziale. Io qui sono piu’ vicino al mondo di quanto pensiate”.
Il religioso non ignora cosa accade al di la’ dei boschi, e ha una parola per tutto: ”I politici pensano solo a litigare, non li capisco, ma i problemi della gente chi li affronta ?”; ”la pedofilia nella Chiesa? e’ una ferita brutta, ma ne esiste molta di piu’ fuori, pero’ quella viene tollerata”; ”nelle famiglie c’e’ bisogno di piu’ amore”; ”la gente corre troppo, non ha mai tempo per se’, ne’ per Dio, cosi’ vivono tutti male”; ‘la democrazia sembra la cosa piu’ giusta del mondo, ma poi in nome di essa si fanno obbrobri, si dichiarano guerre, si legalizzano pure i matrimoni gay”. Padre Ernesto sa del periodo difficile della Chiesa, anche per le persecuzioni in Asia, la secolarizzazione, gli attacchi al Papa. Nella chiesetta che fu di san Nicodemo, il monaco dice ”affido tutto al Signore, lui sa leggere i cuori”.

Francesco Gerace – Ansa

https://chiesacalabra.wordpress.com/2010/11/19/p-ernesto-monteleone-storia-di-un-eremita-di-calabria/
http://www.ansa.it/web/notizie/photostory/curiosita/2010/11/19/visualizza_new.html_1699284133.html



 
 
 
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